Il primo appuntamento con la dama dal guanto rosso

La prima volta con un grande vino non si scorda mai, come un’esperienza di vita, in una parabola che anche a Sartre avrebbe fatto venire i brividi dall’esaltazione. Parte tutto dal suo acquisto, quando ci si allontana con lei in mano dal negozio, con il sorriso di un buyer appena uscito da Sotheby’s, mentre tiene stretto il numero dell’offerta vincente per un Renoir.

Quando la si poggia al tavolo il sistema parasimpatico va in tilt, non sapendo se cedere all’estasi o alle mille e una preoccupazione da enofilo. Nel dubbio, la fredda sudorazione è già cominciata. In quella situazione non c’è alcun esperto di vino a mostrartela, sei tu il sommelier di te stesso, porgendo a lei l’etichetta in forma di faccia in preda alla nevrosi. Inizia in testa un rituale, una sorta di Ringraziamento dove esprimi riconoscenza a Dio per avere quella bottiglia lì davanti, proiettandoti magari anche al dopo calice, dove gli chiederai perdono per la caduca vita vissuta fino a quel momento.

Sei ancora indeciso sul come riceverla, con l’indole di un allevatore Galiziano ed il timore reverenziale di chi è pronto a sfoderare il plurale maiestatis. La differenza è che Her Majesty solitamente non finisce dentro lo stomaco di qualcuno.

A pensarci, nella nostra cultura, poche cose che ingeriamo vengono circondate da tali arcaiche auree. Questa per molti sociologi, è pura pornografia.

E se non avete provato tutto ciò, è perché o siete assuefatti come chi di solito viene accolto a gran voce nelle degustazioni o firma con una M ed una W dopo il proprio nome, oppure semplicemente, qualcuno qui non è sincero, nessuno finanzierebbe la propria anedonia.

La meticolosa rimozione della capsula, avviene con lo stesso anelito dello sfilare i guanti rossi di Honorine Platzer, la rimozione del tappo come il sollevare il sottile velo che ne copre il volto.

Da quel momento, quello in cui la si ritrova nel calice, può andare in due modi. Il primo è lo stesso infervoramento negativo di chi, poco dopo il grande successo, si recò davanti all’appartamento di Hugh Grant in Notting Hill, trovandosi di fronte una bella porta nera. Quella blu, con annesso intrepido entusiasmo, era stata venduta.

Il secondo, quello che a noi interessa, è il completo crollo di ogni calcolo e premeditazione. Perchè in fondo, dentro bottiglie del genere, vi è spesso anche disciolto il decadimento di ogni lucida aspettativa. Questa viene superata con quello spirito dionisiaco, che rende vini come questi, per quanto abbiano visto lo stomaco di chiunque, più delle opere per poeti che per composti borsisti. Vengono superati gli aneddoti, le congetture, le critiche verso il bordeauxcentrismo ed il feticismo delle morbidezze. Non vi è nessun accademismo che insegni a gestire i momenti di una degustazione dove per un attimo, la ragione più rigida sembra non stare al passo.

Sono vini, dove a volte il linguaggio del degustatore non basta, e le parole diserterebbero la volontà del descriverli. Talvolta, anche il più radicale iconoclasta cade miseramente, dissimulando l’ansia pulsante dell’inneggiare al monotono, se pur lecito, discorso sul rapporto qualità/prezzo.

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