Il Trebbiano Spoletino e l’ “Anteprima” di Antonelli

Il Trebbiano Spoletino è stato sicuramente il protagonista di una delle ribalte più entusiasmanti della viticoltura di questo secolo, un autoctono di grande e travagliata storia che è oggi uno dei volti principali di Spoleto e del vigneto umbro.

Nome che riporta a quello di molti trebbiani, l’uva chiamata in causa da Plinio il Vecchio, il vinum trebulanum nella sua Naturalis Historia nel libro XIV, l’uva vagabonda che ha però in comune con lo Spoletino lo stesso rapporto che vi è tra il primo bacio ed il divorzio.

Citato presumibilmente per caratteristiche già nel ‘500, quando in Italia imperversava l’afflato più sdegnoso e dispotico possibile della Controriforma religiosa guidata da Carlo Borromeo, lo Spoletino già si maritava ipoteticamente all’imponente arborea che lo avrebbe ospitato. Eppure le tracce irrimediabilmente si persero, saltando fuori saltuariamente con qualche descrittore putativo che lo chiamava in causa, ma senza poetiche laudi.

Vino che finì in modo altrettanto realistico nel bicchiere del Carducci durante la riaffermazione della poesia italiana con la riproposizione dell’esametro eroico in un decennio di pedissequità culturale, frutto probabile di quell’incazzatura patriottica che servì da slancio tanto al Carducci per avvicinarci alla Germania di Goethe, quanto ai viticoltori umbri per l’ottenimento di quella meritata denominazione che è la DOC Spoleto oggi.

Tre decenni sono il tempo che intercorse prima della sua messa a dimora su carta, e avvenne in epoca di mezzadria e povertà da parte di Francesco Francolini, colui che dispose i consigli di risparmio mentre al fronte si combatteva l’avanzata austro-ungarica descrivendo un’Italia devastata internamente, quando in agricoltura si faceva richiesta di prigionieri di guerra come forza lavoro per un minimo di trenta braccianti.

Affascinante fu la descrizione di quell’uva di tardiva maturazione, dal color dell’oro che preferisce una potatura lunga. Diveniva mosto intorno alla metà di settembre, ora si vendemmia nell’ultima decade di ottobre, un altro interessante particolare storico.

Dopo gli anni ‘60 ed il periodo di urbanizzazione, lo Spoletino torna a far parlare di sé come ennesima testimonianza del grande patrimonio culturale, umano e ampeleografico dell’Italia del vino, in un’epoca pre-contemporanea di riscoperta varietale, in cui vi è abbastanza acqua per germogliare ma anche a sufficienza per l’asfissia radicale di chi non crede abbastanza, o ripone eccessive speranze in qualcosa di inconsistente.

Ora il viaggio dello Spoletino procede libero da censure oracolari, alla ricerca di uno stile o verso il consolidarsi di forme ormai definite, con variazioni del periodo di macerazione, dell’affinamento, con tratti ancestrali o forgiati dall’acciaio inossidabile o ancora, con una dialettica alsacienne.

Ed è in sé l’anfora a caratterizzare la vinificazione dell’Anteprima Tonda di Antonelli, recipiente che non è estraneo a Spoleto, dove i contenitori anforei si producevano già nel I secolo d.C., dediti al trasporto di vino verso la Roma augustea. I cloni coltivati derivano da una selezione massale di vecchi ceppi maritati ad aceri, il cui vino è un preludio, una versione in nuce di ciò che sarà il frutto della rinnovata Vigna Tonda.

Vinificato in terracotta e ceramica a temperatura non controllata, si presenta al calice con una veste oro chiaro, luminosa. Sospende già all’olfatto su note che ricordano la maturità del frutto, di papaya e pesca gialla, di erbe officinali, incenso, spezie e tracce minerali. Si distende al palato in un sorso primigenio, con un equilibrio già vicino, in una giustapposizione tra durezze e morbidezze, con accenni a tratti amaricanti che mascherano la tensione, ma lasciano intravedere una sapidità piacevole. Lungo è il finale su ricordi di frutta esotica ed erbe mediche.

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