Del vino, della teologia e degli ebbri spiritualismi: soliloquio attraverso il Ruchè “Vigna del parroco”

Quanto siano stati importanti gli ordini monastici per il vino è ormai chiaro agli occhi degli enoici appassionati; seppur in un’epoca in cui il progresso religioso sembra avanzare e regredire alla stregua di un’aritmia cardiaca, il loro lascito esercita ancora fascino nell’enologia europea.

I monaci salvarono il Pinot Nero dall’abisso medievale, rimettendo al calice la potenza salvifica del nettare d’Ottobre, non come semplice simulacro della transustanziazione o come strumento clericale, ma disponendo la continuazione di una condizione esistenziale della società occidentale: l’atto eucaristico. Il vino passò così da concentrato d’esenzione d’imposta a simbolo del prodigarsi collettivo.

Leopardi notò come il vino esaltasse lo sguardo rivolto alla persona non semplicemente come l’altro di fronte a noi, ma con-noi, concetto disperso dalla cultura moderna individualistica e antimelodica. Muoveva i corpi coordinandoli in conversazioni come solo la danza e la musica riuscivano a fare, in secoli in cui la comunità risplendeva attraverso i pochi momenti di egualità sociale.

L’atto del condividere è quanto di buono sopravvissuto ad epoche di lotta e predominio. Le persone, seppur in minor numero, si riuniscono in gruppi dove sentirsi adeguati, attorno a tavoli in cui la fiscalizzazione annichilente rimane fuori dal tempo, si offre da bere a chi è sopraffatto dalla giornata lavorativa consolidando il senso di appartenenza, tenendolo al riparò dalle asperità del mondo a cui l’astemìa non fa che contribuire. Concede a chi vi presenzia l’espressione della propria individualità attraverso ciò che sceglierà di bere, in un’evoluzione inclusiva del simposio platonico dove l’offrire è un’opportunità concessa a tutti.

Il vino possiede il fermento dell’amore accomunando la pluralità di dimensioni religioso-culturali ed esistenziali nei loro tratti d’uguaglianza, dai quali risulterebbe arduo desumere un accorpamento unitario, oltre i precetti abramitici, la speculazione teologica ed il crescente laicismo occidentale.

Il Ruchè fu tra quei frutti salvati dall’oblio politeistico delle uve da taglio grazie all’animo di Don Giacomo Cauda, conducendo le vigne accorpate alla chiesa, che negli ultimi anni di vita dirà:

“Che Dio mi perdoni per aver a volte trascurato il mio ministero per dedicarmi anima e corpo alla vigna. Finivo la Messa, mi cambiavo in fretta e salivo sul trattore. Ma so che Dio mi ha perdonato perché con i soldi guadagnati dal vino ho creato l’oratorio e ristrutturato la canonica”. 1

Nella sua saggezza teologica ed inclinazione verso il prossimo Don Cauda porge l’esempio della forza religiosa, spogliata di quegli artifici dissacranti che hanno contribuito alla sua stessa messa in discussione. Pone l’essere come “esser dato” ed “essere per l’altro” attraverso l’agape, la cui commisurazione è proporzionale alla sofferenza e alla privazione intrinseci all’umana contingenza, che come tale aiuta a comprendere la sete e l’avversità in creature come noi contingenti che vacillano in cerca di sicurezze. È l’insegnamento della rinuncia e della contropartita che il ricevere chiede come legge morale, il cui unico dono immediato è la fatica quando si fa sera, allorchè il paese si contrae nelle calde abitazioni mentre avanza l’intorpidimento nelle gambe a chi ancora non è concesso riposo, fin quando la pelle lacerata delle mani dopo la potatura incontrerà il capo imbrattato da dubbi esistenziali. La vite si pone ora come custode del bene più alto ed il vino come faro nel percorso di redenzione.

Ho scritto tutto questo per cercare di far comprendere quanto Don Giacomo Cauda, servo di Dio e della terra a cui ha dato lustro, rappresenti una figura fondamentale della storia vitivinicola piemontese del ‘900 e di quanto poco ahimè se ne parli.

Oggi quella vigna dove egli operava l’incanto, prima che i lieviti intonassero verosimilmente nelle vecchie cantine il Parsifal di Wagner, appartiene alla famiglia Ferraris, il cui vino ottenuto sono certo restituisca alla memoria di Don Cauda il calore con cui egli nutriva i ceppi vigorosi della sua chiesa.

Il Ruchè non è un vino per deboli d’animo, ma è un vino in grado di conciliare nel suo impeto alcolico, di comunicare e di predisporre alla meditazione, e così è il Vigna del parroco, tra i migliori della denominazione e tra i rossi più interessanti della nostra regione. Il substrato d’argilla, calcare e marne ospita viti con più di 50 anni.

Dopo un passaggio in tonneaux per il 20%, il Ruchè Vigna del parroco 2018 è un vino complesso, intenso, dall’abito rubino vivo e impenetrabile. L’essenza olfattiva è inizialmente cupa, riporta alla natura fiamminga di Bruegel negli effluvi boschivi, quasi primigeni. Inizia ad emergere poi la trama fruttata di mora di rovo, kirsch e rosa, assecondati da contrappunti di torrefazione e balsamici, di confettura e tabacco. Al sorso manifesta pienezza ed avvolgenza, non è mai prosaico e l’alcolicità è dimensionata e giustapposta alla freschezza e alla sapidità, che rendono la beva agile e mai stancante. Il lungo finale dissolve nell’aspetto speziato, piacevolmente amaricante.

Una opinione su "Del vino, della teologia e degli ebbri spiritualismi: soliloquio attraverso il Ruchè “Vigna del parroco”"

  1. Che Dio mi perdoni… ma Don Cauda, ha a che fare anche con la Bagna cauda che si aggira sovente sulle tavole degli stessi territori? O semplice omonimia…

    Come sempre sei stratosferico!

    Grande!

    "Mi piace"

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