Il silenzio si fa virtù lungo la strada che porta ai sorì

Superando quel fiume che nei ricordi di Fenoglio scorreva come colata di piombo, si scorgono le vigne del Barbaresco, unico scorcio in grado di riposare gli occhi dei soldati traghettati da una parte all’altra del Tanaro, luogo in cui oggi si produce uno dei vini più straordinari al mondo, tra i volti anneriti e le mani indurite dalla campagna, quelli che rincasano quando il sole irraggia ancora con timidezza. Il silenzio si fa virtù lungo la strada che porta ai sorì, sollevando gli occhi alla vetta bruciata, verso quel mondo al rovescio, dove da sempre nessuno si abbarbica sulle colline che non recano patimento.

Nelle fredde cantine si sta al fresco, si dissipano i drammi, si respira liberi nascosti dalle imposte, esalando al massimo l’odore di mosto seccato sulle botti. In vigna ritorna ad ogni primavera il profumo di terra bagnata, l’immagine del contadino dalla schiena piegata dalla severità del tempo, che zappa lui stesso per vedere un lavoro ben fatto, con le spalle anteroverse nella flanella, e l’ordine dei filari che si rispecchia e ricalca sugli sfregi dei palmi.

Con un anziano amico che spese una vita in vigna, percorsi i filari alternando solenni vuoti di parole a racconti d’infanzia, tra gli incubi dei saccheggi, le vendemmie e le ragazze vestite a colori tenui, mentre loro violacei dalle vinacce, con le quali si riunivano dopo la pigiatura, per portarle al cinema, a fumar di nascosto, appoggiati alle loro ginocchia a dissipare la fatica, quando la miseria strozzava le risa come un manto d’edera.

Davanti ad un Barbaresco 2001 di Gaja mi ritrovai a parlare del tempo trascorso, quello necessario alla pioggia per seppellire una guerra che concesse al suo risolversi quell’odore di olii e di carburante delle prime pompe di benzina, che in tanti sembrano aver inciso in memoria, quando si mischiava a quello dell’erba, con chi in gioventù perdeva lo sguardo nei filari, dove tra tutte vi era sempre una collina più bella dell’altra, pur negli autunni in cui la nebbia era palpabile.

Dal XVIII secolo l’attenzione alla vocazione territoriale crebbe incessantemente, si combatteva per la collina, si allestiva una guerriglia per l’esposizione su di essa, e per rendersene conto basti il racconto di Cesare Pavese che nel ’33 disse: “Se avesse la vigna lassú, il mio vecchio farebbe la guardia da casa, nel letto, col fucile puntato. Qui, al fondo, nemmeno il fucile non gli serve, perché dentro il buio non c’è che fogliami.”

Dai profili argilloso-calcarei del Rabajà si rimane senza fiato, dall’alto di quei vigneti da cui provengono alcuni dei vini migliori del nostro paese, dal Barbaresco di Giuseppe Cortese alla grandezza del Rabajà Riserva di Bruno Rocca. Poco più in là i Barbari devoti a Marte antropomorfizzavano la Martinenga, cru dove i Marchesi di Gresy nel Camp Gros Martinenga Riserva 2005 e 2007 decostruiscono le aspettative, vini inoggettivabili anche dai riti religiosi pagani, inesauribili da qualsiasi linguaggio.

Vini come il Barbaresco continuano a tenere aperta la struttura contradditoria, insieme all’arte e alla musica, della realtà contingente, l’antinomia dell’utile e ciò che si pone al di là dell’utile, muovendo le persone da ogni parte del mondo per cercare di accaparrarseli come un’asta da Christie’s. L’Albesani Vigna Santo Stefano di Bruno Giacosa materializza il concetto, alla stregua dei grandi monumenti irradia un senso di appartenenza attraverso i calici, nei confronti di quella terra che se pur non la si abita la si adotta come patria spirituale.

Il Barbaresco Roncagliette 2016 di Olek Bondonio e l’Ovello di Cantina del Pino restituiscono un’immagine di familiarità con luoghi che non si abbandonano mai, immersi tra i profumi di kirsch e cuoio, di tartufo ed erbe officinali, diversi ma unificati dall’acidità e della nevrastenia del tannino che nel tempo mostrerà, a chi saprà attendere, la classe di questi cru.

Le strade dissestate rimandano alle discese frenetiche del linguaggio dialettale di Mahler, che incastonava la musica popolare nel classicismo più ostinato, e così il revisionismo riformista non ha intaccato i tradizionalismi tanto da cancellarli, il progresso affianca le vecchie viti come nel Sorì Paitin in Serraboella, a conferma di ciò che vi è d’altro oltre la terra e la luce del sole, quell’”altro” che ha richiesto conoscenza, sacrificio, coscienza storica e quella cultura da cui tutti ora fuggiamo ma che non può che darci rifugio.

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