Dalla Vespolina al Ghemme Riserva: Azienda Agricola Mirù

Ghemme è straordinaria, lo sono i suoi vini, la sua terra. È un luogo in cui vivrei, e lo direi di pochi, io che i primi accenni di esistenza li ho vissuti distante dalle vigne e dai viticoltori, piuttosto accerchiato da persone incazzatamente in ritardo e arbusti fuori luogo gettati in centri abitati per stemperarne l’urbanismo compulsivo, con tante di quelle graminacee da farmi passare ogni compleanno in anosmia.

Ghemme vive nello straordinario, uno stato che ha molto a che fare con la sacralità, quella di un luogo nel suo complesso, in cui la compenetrazione generazionale rende chi è dipartito una presenza costante, ed i non-nati un naturale prosieguo che non contempla una fine.

Marco Arlunno gestisce 10 ettari di vigneti, spinto sin da giovane età dal papà e dalla zia Bruna, dove tra una condizione di intelligente e pacato interventismo in vigna e le ricerche sui lieviti indigeni nascono vini estremamente radicati, dalla profondità contralta, in grado di riportare a quei terreni donando l’immagine del proprio compimento; il mineralismo dell’Alto Piemonte traspare in essi allo stesso modo di un sorriso in un volto sincero.

Sono calici in grado di riscattare la verità di un territorio, voci disincarnate e vetrificate e nell’affinarsi dotati di un’anima nei decenni più articolata. Il Riserva Vigna Cavenago 2015 che affina 24 mesi in vecchie botti di rovere francese e 12 in botti in rovere d’Allier è un dipinto pedologico che racchiude in un calice temporale le soggettività più celate.  Le note di ciliegia susseguono l’esuberante speziatura della Vespolina, sopraggiungono poi più atri toni torrefatti e boschivi, di tabacco ed erbe balsamiche. Il sorso è geografico, di grande finezza nonostante la calda annata, la tensione, la sapidità ed il tannino elegantemente presente forniscono coordinate da ricercare e nelle quali rifugiarsi. È un vino in grado di intavolare discorsi, di sospendere ogni altero soliloquio, di ridare luce anche alla più consumata delle conversazioni.

Il Vigna Cavenago è un vero e proprio cru, da cui nasce una 2011 frutto di una vinificazione in vecchie botti di rovere di Slavonia, 85% Nebbiolo e 15% Vespolina. Porta al calice un abito rubino dai riflessi granata, apre su toni floreali e di kirsch, di ribes nero, china e cuoio. Incedono successivamente i caratteri terrosi, di tabacco, cacao ed erbe officinali. Il sorso è coerente, teso, sapido e di notevole finezza tannica. Nebbiolo e Vespolina creano una giustapposizione dal volgimento inesauribile, sintesi emozionante e mnemonica che riporta a pensieri e volti che pensavo abbandonati alla memoria, in uno stato di immediata piacevolezza che non richiederebbe parola alcuna.

Nel Ghemme 2017, 100% Nebbiolo, affiorano le virtù che distinguono i vini dell’Alto Piemonte: la discrezione, la finezza, la conoscenza viscerale d’ogni ettaro. è tuttavia la 2018 ad essere spiazzante già in anteprima, appena estrapolata dall’acciaio dopo un affinamento di 24 mesi in botti di rovere di Slavonia. Un’annata particolare, con tanta uva ma di grande qualità. In quel calice in cui risale terpenicamente la grandezza di un anno da ricordare ti ci perdi letteralmente, nell’evoluzione continua dei profumi, nella loro stabilità e progressiva chiarezza. La veste olfattiva è meno cupa, con richiami alla ciliegia, al ribes ad accenti più floreali. Nello sfondo di china e sottobosco vi è il preludio al lungo divenire. Al palato è agile, sapido, dai tannini estremamente promettenti. Disarmante è la persistenza di un vino neanche ancora imbottigliato.

La loro Vespolina in purezza è un richiamo alle virtù sociali del bere in compagnia, rievoca l’affettività distesa e lontana da qualsiasi turbamento. È il ritratto della famiglia Mirù, di due persone splendide, Marco e la sua compagna Claudia che ringrazio profondamente. È il trasposto liquido dell’Italia del vino che tutti dovrebbero poter conoscere. È lo speziato ricordo di una mattinata che custodirò strettamente in memoria.

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