La qasba, il Pollino, il mosto cotto: il viaggio del Moscato di Saracena lungo la via dell’incenso

Percorrendo i sentieri a ridosso del Pollino, con alle spalle quei monti che sembrano partoriti dalla mano nevrastenica di Kokoschka, plasmati dal glacialismo, il sole svetta ardendo il carsismo superficiale delle doline, luogo in cui la natura e l’uomo intrecciano rapporti millenari, incontrandosi tra i viottoli della qasba e nei residui architettonici della dominazione islamica.

La gente è dura a piegarsi, il tempo pare eroderla, lo si scorge nei volti scavati, nelle mani loricate, nella postura lignea. Eppure la storia satura la città di Saracena svelandone il fascino, quello d’altri tempi, senza ch’essa paia stanca. Le voci decise e consunte ripercorrono i secoli, quelli trascorsi dal presunto arrivo dell’uva Moscato da Masqat, nell’Oman, lungo la via dell’incenso, quella della conoscenza, che dallo Yemen arriva a Gaza, al Sinai, fino al Mediterraneo.

Giunse infine alla corte papale grazie a Guglielmo Sirleto che ne era estimatore, il cardinale che conobbe quattro papi, uomo di grande intelletto e cultura, custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e precettore dei nipoti di Papa Marcello II.

La Calabria è stata spesso tralasciata da quel movimento di enofili veneranti l’epifania dell’attimo semplicemente perché inosservabile attraverso il principio dell’anti-pensiero, da una visione che si estranea dal comprendere la complessità storica di una regione che è stata la culla del lirismo viticolo e incubatrice di un patrimonio ampeleografico per più di duemila anni.

Le poche migliaia di bottiglie prodotte ed i viticoltori rimasti si ergono a testimonianza dell’irriducibile propensione alla salvaguardia di un’eredità culturale imparagonabile, curando il senso di ciò che sconfina la materia, quello che la fede conserva nei suoi riti, la ragione custodisce in memoria e la corporeità fisica dispone nella più effimera gestualità.

In questo paese a 600 metri di altitudine l’arte vinaria si rifà al mondo antico e si concentra nel moscatello di Saracena, fatto appassire e diraspato manualmente. Da guarnaccia e malvasia si ottiene invece un mosto portato a bollitura, concentrato, a cui viene aggiunto il mosto di moscato e adduroca parzialmente pigiato a mano. Dopo la maturazione si ottiene un passito ambrato, un vino di discussione, conviviale, accogliente in ogni sfumatura il concetto di appartenenza.

Frutto di una fermentazione spontanea, il moscato di Giuseppe Calabrese apre su note di fichi e datteri, di uva passa, albicocca sciroppata, muschio, erbe e mela cotta. Al palato è morbido, avvolgente, di grande equilibrio. L’acidità tipica del moscato di Saracena sostiene la struttura donando continuità alla piacevolezza, non stancando mai, dissolvendosi in un finale fruttato e ammandorlato di buona persistenza.

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