La Biòca, da Serralunga a Monforte tutte le sfumature della giovane voce di Langa

Trovarsi in Langa è abitare il tempo, quel tempo che il vino sembra tradurre in un itinerario ascensionale. È terra dove il silenzio si fa virtù e la testardaggine è geneticamente ben custodita. Così La Biòca, la “testa dura” in dialetto piemontese, nasce a Serralunga d’Alba, vinificando uve da Ravera, Bussia, Castagni, Monvigliero, colline in cui la viticoltura ha visto figure quasi oracolari vagar sole e meditabonde ed il vino consacrarsi nella sopranatura.

È complicato dire la propria in un territorio dove hanno trovato espressione alcune tra le opere enologiche più significative del movimento vitivinicolo italiano, soprattutto in un’epoca in cui a tale pressione si risponde con toni spesso impersonali, facendo dimenticare le posizioni apologetiche che hanno trainato il mondo del vino pre-contemporaneo. La Langa sembra però immune alla pre-comprensione, quella che ci accoglie nell’esasperante presunzione del già conosciuto che ci sottrae alla scoperta.

Quelli de La Biòca sono vini di Langa, in cui emerge l’impossibile immutabilità delle cose, nei quali si ravviva l’ambiguità del vero, superante qualsiasi strettoia imposta dal più sobrio dei radicalismi che impone un mero livellamento espressivo; nei calici sopravvivono i luoghi e con essi i loro rituali, le gestualità, i miti, le tradizioni scampate alla corrosione del mondo, mentre in cantina vive il progresso volto alla loro accentuazione e all’auto-determinazione.

Cyrogrillo, il riccio salvato dalla fame vassalla del’400, è il conseguente liquido della controparte filosofica di questa cantina. Attraverso il Rossese Bianco ed un 15% di Incrocio Manzoni avviene il recupero non solo di una varietà ma del bianco mineralismo di un intero areale. Ne risulta una 2019 di interessante complessità che si sviluppa in un crescendo di pesca bianca, frutta tropicale e fiori di tiglio. Incede poi il carattere minerale, timidamente idrocarburico, pietroso, contornato da una piacevole speziatura. Il sorso è teso, intenso, il verticalismo acido-sapido è equilibrato da una morbidezza composta. La progressione sapida protrae nel tempo un finale fruttato di sorprendente eleganza. È una varietà di grande potenziale e su cui credere fortemente.

La Barbera d’Alba Superiore 2017 nasce da una vigna vecchia, elevata in barrique di secondo e terzo passaggio. C’è chi definirebbe questa Barbera “baroleggiante”, ma di certo è un vitigno curato magistralmente ed è da ringraziare chi ancora tratta così questa varietà. Abbandonate invece al suo triste esistenzialismo chi la pensa contrariamente. Il colore è un preludio della veste olfattiva, intensa e complessa, distesa in un altalenarsi di profumi freschi ed evolutivi. La mora, il ribes nero, la marasca, il tartufo estivo, le essenze legnose compongono un quadro di grande espressività, in cui la comparsa incidente dei terziari rende consapevoli di uno stato di esuberante gioventù con ampi margini di crescita. Al palato è aggraziatamente intensa, calda, avvolgente. Già di notevole stoffa, sono certo saprà godere della cura del tempo.

Nell’orcio in cocciopesto il nebbiolo La Pipina 2017 supera ogni ordine precostituito, nell’amnioticismo minerario il frutto è conservato nella sua freschezza, circondato da una trama indefinibilmente tetra e primigenia, estremamente interessante. Forse più che in altri nebbiolo avvolti in un animo conservatore qui emerge un territorialismo ancor più crudo, una Langa come l’avrebbe dipinta Elsheimer. I contrasti olfattivi sono quasi luministici, tra la ciliegia matura, la viola, le erbe mediche e gli aspetti più atri, terrosi e di sottobosco. L’assaggio offre la conoscenza di un affinamento in terracotta che dura circa un anno, preservando il tannino e trovando un’acidità orientata alla freschezza e alla longevità. La sapidità sorregge nel tempo un sorso inusuale, archetipico, persistente che dissolve su tonalità fruttate e amaricanti.

Il Nebbiolo d’Alba Stermà 2018 è vinificato in un particolare fermentatore combinato, in acciaio inox inferiormente e rovere superiormente. Un Nebbiolo d’Alba di grande espressività, profondo, intenzionale. L’abito olfattivo inizialmente introverso assume progressivamente tonalità inesauribilmente complesse: dal succo di prugne passa al kirsch, ai fiori secchi, alle erbe montane, alla tessitura speziata. La trama gustativa è intensa, tannica, un equilibrio acido-sapido destinato a svolgersi nel tempo. Persistente il finale terminante nelle note conclusive della continuazione olfattiva. Tra i migliori provati negli ultimi anni.

Le uve del Barolo Aculei 2013 arrivano da Castagni, a La Morra, ed una piccola percentuale da Bussia, a Monforte d’Alba. La frutta ha il sopravvento nel soliloquio olfattivo, la prugna e la ciliegia sorreggono il bouquet iniziale, per sfumare sullo sfondo più evoluto, speziato, con richiami di conifera e cuoio. Il sorso è gastronomico, versatile, di ottima struttura, ancora vivificato da una freschezza e dai tannini che ne preannunciano l’intento evolutivo.

Bussia è luogo di grandi vini, eterogenei, talvolta in grado di sfuggire all’atto della sintesi. La 2013 de La Biòca si dispiega come un momento rivelatore in cui è sublimata ogni peculiarità, evolve in un suo dinamismo interno, celebra l’irripetibile. Si svela olfattivamente in una fragile estasi terziaria, di cacao, tabacco, viola appassita e ciliegia in confettura. Continua nel paesaggismo boschivo, su note terrose, di tè fermentato e bacche selvatiche. Il sorso è pieno, elegante, il tannino fitto e levigato. Dissolve in un finale sapido, terso, dove tutto si incastona armonicamente. È un Barolo sartoriale, di grande classe e propensione evolutiva. Solamente 936 bottiglie prodotte.

Il Barolo Ravera 2016 proviene dalle vigne dell’omonima menzione a Novello, prodotto in 1200 bottiglie. È un calice icastico, colloquia con un particolare che non può che definirsi nel divenire, rifiutando ogni preformazione. Come ogni Barolo Ravera rifiuta l’astratta schematicità, congiungendosi con la natura di per sé dissimile dello stesso suolo da cui deriva. La veste granata introduce una complessità olfattiva di piacevole finezza, emergono note di caramella alle more, fragola selvatica e ciliegia, richiami al tabacco, al cuoio, alle bacche selvatiche e alle spezie. Al sorso il tannino è serrato, piacevole ma orientato a migliorarsi nel tempo così come l’acidità ad integrarsi in una struttura già ottima. Il finale è persistente e sostenuto da una notevole sapidità. È la conferma alle aspettative riposte in quest’annata.

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