Weingüter Trier – Riesling “Scharzofberger” Kabinett 2018

È significativo che i riferimenti alla Germania enologica siano sempre più dispersi negli angoli più atri degli algoritmi dei social network, incastrati talvolta in mezzo a qualche bottiglia meno slanciata, pur custodendo uno dei vitigni più longevi al mondo, una delle migliori università d’enologia in Europa, una delle tradizioni vitivinicole qualitativamente più radicate, ad eccezione di quell’inutile sofferenza epatica che era il liebfraumilch.

È altrettanto significativo che pochi considerino il Riesling non solo come un vino, ma come la conferma sublimante l’intero patrimonio artistico tedesco sopravvissuta ad una lugubre mansarda arredata di un’estasi fragilmente superomistica.

Il Riesling è oltremodo il superstite di quell’epoca a cui ne è seguita una dal linguaggio esausto, una comorbida retorica impegnata nell’esaltazione di opere insensate. L’arte ed il vino devono godere di quell’espressività reale rispondente al bisogno d’ordine oltre l’oggetto, motivo per cui un vino non è semplicemente il suo liquido corrispondente particellare, una cesta di frutta è oggetto d’arte ed un ammasso di ferraglia post modernista una mutilazione del concetto artistico che gode di una perversa simpatia.

A Scharzofberger abita il tempo, i suoi Riesling sono un’idea implicita di manifestazione di una grandezza in grado di superare le alluvioni, i bombardamenti, le devastazioni; sono l’orgoglio che sollevava dal peso di dover piangere ciò che fu soggetto a condanna, quel che fu motivo di ripartenza in un periodo antigonico in cui l’anima richiamava alla pietà e la politica la negava abbandonandola ad un lamento metafisico.

Il Riesling è tra i pochi vini in grado di mostrare la condizione spirituale di un’epoca, ne protegge la verità racchiudendola in esso, nel flusso perpetuo della memoria.

Nei terreni più freddi della Saar, quelli d’ardesia rossa e dei detriti eolici portati dai venti dell’Hunsrueck è il susseguirsi di oblio e il recupero da esso, i cui vini rispecchiano la tentazione dell’eterno, culture viticole che si intrecciano nella dipartita della grecità ed il vagabondaggio di Dio.

Il verticalismo dettato dal gelo e dalle pendenze che arrivano al 60% forgiano un calice penetrante, dal profilo idrocarburico, pietroso, agrumato, di erbe montane e combava, una progressione che va dalla croccantezza della pera a note di una maturità inattesa. Il sorso è dinamico, il residuo zuccherino è piacevole e accomoda un sorso destinato a svolgersi nel divenire.

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