La Biòca, da Serralunga a Monforte tutte le sfumature della giovane voce di Langa

Trovarsi in Langa è abitare il tempo, quel tempo che il vino sembra tradurre in un itinerario ascensionale. È terra dove il silenzio si fa virtù e la testardaggine è geneticamente ben custodita. Così La Biòca, la “testa dura” in dialetto piemontese, nasce a Serralunga d’Alba, vinificando uve da Ravera, Bussia, Castagni, Monvigliero, colline in cui la viticoltura ha visto figure quasi oracolari vagar sole e meditabonde ed il vino consacrarsi nella sopranatura.

È complicato dire la propria in un territorio dove hanno trovato espressione alcune tra le opere enologiche più significative del movimento vitivinicolo italiano, soprattutto in un’epoca in cui a tale pressione si risponde con toni spesso impersonali, facendo dimenticare le posizioni apologetiche che hanno trainato il mondo del vino pre-contemporaneo. La Langa sembra però immune alla pre-comprensione, quella che ci accoglie nell’esasperante presunzione del già conosciuto che ci sottrae alla scoperta.

Quelli de La Biòca sono vini di Langa, in cui emerge l’impossibile immutabilità delle cose, nei quali si ravviva l’ambiguità del vero, superante qualsiasi strettoia imposta dal più sobrio dei radicalismi che impone un mero livellamento espressivo; nei calici sopravvivono i luoghi e con essi i loro rituali, le gestualità, i miti, le tradizioni scampate alla corrosione del mondo, mentre in cantina vive il progresso volto alla loro accentuazione e all’auto-determinazione.

Cyrogrillo, il riccio salvato dalla fame vassalla del’400, è il conseguente liquido della controparte filosofica di questa cantina. Attraverso il Rossese Bianco ed un 15% di Incrocio Manzoni avviene il recupero non solo di una varietà ma del bianco mineralismo di un intero areale. Ne risulta una 2019 di interessante complessità che si sviluppa in un crescendo di pesca bianca, frutta tropicale e fiori di tiglio. Incede poi il carattere minerale, timidamente idrocarburico, pietroso, contornato da una piacevole speziatura. Il sorso è teso, intenso, il verticalismo acido-sapido è equilibrato da una morbidezza composta. La progressione sapida protrae nel tempo un finale fruttato di sorprendente eleganza. È una varietà di grande potenziale e su cui credere fortemente.

La Barbera d’Alba Superiore 2017 nasce da una vigna vecchia, elevata in barrique di secondo e terzo passaggio. C’è chi definirebbe questa Barbera “baroleggiante”, ma di certo è un vitigno curato magistralmente ed è da ringraziare chi ancora tratta così questa varietà. Abbandonate invece al suo triste esistenzialismo chi la pensa contrariamente. Il colore è un preludio della veste olfattiva, intensa e complessa, distesa in un altalenarsi di profumi freschi ed evolutivi. La mora, il ribes nero, la marasca, il tartufo estivo, le essenze legnose compongono un quadro di grande espressività, in cui la comparsa incidente dei terziari rende consapevoli di uno stato di esuberante gioventù con ampi margini di crescita. Al palato è aggraziatamente intensa, calda, avvolgente. Già di notevole stoffa, sono certo saprà godere della cura del tempo.

Nell’orcio in cocciopesto il nebbiolo La Pipina 2017 supera ogni ordine precostituito, nell’amnioticismo minerario il frutto è conservato nella sua freschezza, circondato da una trama indefinibilmente tetra e primigenia, estremamente interessante. Forse più che in altri nebbiolo avvolti in un animo conservatore qui emerge un territorialismo ancor più crudo, una Langa come l’avrebbe dipinta Elsheimer. I contrasti olfattivi sono quasi luministici, tra la ciliegia matura, la viola, le erbe mediche e gli aspetti più atri, terrosi e di sottobosco. L’assaggio offre la conoscenza di un affinamento in terracotta che dura circa un anno, preservando il tannino e trovando un’acidità orientata alla freschezza e alla longevità. La sapidità sorregge nel tempo un sorso inusuale, archetipico, persistente che dissolve su tonalità fruttate e amaricanti.

Il Nebbiolo d’Alba Stermà 2018 è vinificato in un particolare fermentatore combinato, in acciaio inox inferiormente e rovere superiormente. Un Nebbiolo d’Alba di grande espressività, profondo, intenzionale. L’abito olfattivo inizialmente introverso assume progressivamente tonalità inesauribilmente complesse: dal succo di prugne passa al kirsch, ai fiori secchi, alle erbe montane, alla tessitura speziata. La trama gustativa è intensa, tannica, un equilibrio acido-sapido destinato a svolgersi nel tempo. Persistente il finale terminante nelle note conclusive della continuazione olfattiva. Tra i migliori provati negli ultimi anni.

Le uve del Barolo Aculei 2013 arrivano da Castagni, a La Morra, ed una piccola percentuale da Bussia, a Monforte d’Alba. La frutta ha il sopravvento nel soliloquio olfattivo, la prugna e la ciliegia sorreggono il bouquet iniziale, per sfumare sullo sfondo più evoluto, speziato, con richiami di conifera e cuoio. Il sorso è gastronomico, versatile, di ottima struttura, ancora vivificato da una freschezza e dai tannini che ne preannunciano l’intento evolutivo.

Bussia è luogo di grandi vini, eterogenei, talvolta in grado di sfuggire all’atto della sintesi. La 2013 de La Biòca si dispiega come un momento rivelatore in cui è sublimata ogni peculiarità, evolve in un suo dinamismo interno, celebra l’irripetibile. Si svela olfattivamente in una fragile estasi terziaria, di cacao, tabacco, viola appassita e ciliegia in confettura. Continua nel paesaggismo boschivo, su note terrose, di tè fermentato e bacche selvatiche. Il sorso è pieno, elegante, il tannino fitto e levigato. Dissolve in un finale sapido, terso, dove tutto si incastona armonicamente. È un Barolo sartoriale, di grande classe e propensione evolutiva. Solamente 936 bottiglie prodotte.

Il Barolo Ravera 2016 proviene dalle vigne dell’omonima menzione a Novello, prodotto in 1200 bottiglie. È un calice icastico, colloquia con un particolare che non può che definirsi nel divenire, rifiutando ogni preformazione. Come ogni Barolo Ravera rifiuta l’astratta schematicità, congiungendosi con la natura di per sé dissimile dello stesso suolo da cui deriva. La veste granata introduce una complessità olfattiva di piacevole finezza, emergono note di caramella alle more, fragola selvatica e ciliegia, richiami al tabacco, al cuoio, alle bacche selvatiche e alle spezie. Al sorso il tannino è serrato, piacevole ma orientato a migliorarsi nel tempo così come l’acidità ad integrarsi in una struttura già ottima. Il finale è persistente e sostenuto da una notevole sapidità. È la conferma alle aspettative riposte in quest’annata.

La qasba, il Pollino, il mosto cotto: il viaggio del Moscato di Saracena lungo la via dell’incenso

Percorrendo i sentieri a ridosso del Pollino, con alle spalle quei monti che sembrano partoriti dalla mano nevrastenica di Kokoschka, plasmati dal glacialismo, il sole svetta ardendo il carsismo superficiale delle doline, luogo in cui la natura e l’uomo intrecciano rapporti millenari, incontrandosi tra i viottoli della qasba e nei residui architettonici della dominazione islamica.

La gente è dura a piegarsi, il tempo pare eroderla, lo si scorge nei volti scavati, nelle mani loricate, nella postura lignea. Eppure la storia satura la città di Saracena svelandone il fascino, quello d’altri tempi, senza ch’essa paia stanca. Le voci decise e consunte ripercorrono i secoli, quelli trascorsi dal presunto arrivo dell’uva Moscato da Masqat, nell’Oman, lungo la via dell’incenso, quella della conoscenza, che dallo Yemen arriva a Gaza, al Sinai, fino al Mediterraneo.

Giunse infine alla corte papale grazie a Guglielmo Sirleto che ne era estimatore, il cardinale che conobbe quattro papi, uomo di grande intelletto e cultura, custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e precettore dei nipoti di Papa Marcello II.

La Calabria è stata spesso tralasciata da quel movimento di enofili veneranti l’epifania dell’attimo semplicemente perché inosservabile attraverso il principio dell’anti-pensiero, da una visione che si estranea dal comprendere la complessità storica di una regione che è stata la culla del lirismo viticolo e incubatrice di un patrimonio ampeleografico per più di duemila anni.

Le poche migliaia di bottiglie prodotte ed i viticoltori rimasti si ergono a testimonianza dell’irriducibile propensione alla salvaguardia di un’eredità culturale imparagonabile, curando il senso di ciò che sconfina la materia, quello che la fede conserva nei suoi riti, la ragione custodisce in memoria e la corporeità fisica dispone nella più effimera gestualità.

In questo paese a 600 metri di altitudine l’arte vinaria si rifà al mondo antico e si concentra nel moscatello di Saracena, fatto appassire e diraspato manualmente. Da guarnaccia e malvasia si ottiene invece un mosto portato a bollitura, concentrato, a cui viene aggiunto il mosto di moscato e adduroca parzialmente pigiato a mano. Dopo la maturazione si ottiene un passito ambrato, un vino di discussione, conviviale, accogliente in ogni sfumatura il concetto di appartenenza.

Frutto di una fermentazione spontanea, il moscato di Giuseppe Calabrese apre su note di fichi e datteri, di uva passa, albicocca sciroppata, muschio, erbe e mela cotta. Al palato è morbido, avvolgente, di grande equilibrio. L’acidità tipica del moscato di Saracena sostiene la struttura donando continuità alla piacevolezza, non stancando mai, dissolvendosi in un finale fruttato e ammandorlato di buona persistenza.

Cianfagna – Tintilia del Molise Sator 2009

Ciò che mi rendo conto di ricercare nel vino d’oggi talvolta non è tanto un principio d’intenzione, ma il risultato di un superamento della mera concettualità, di qualcosa di autentico che nel cadenzarsi nel non-finito trova la sua ragion d’essere. Un vino che ponga in relazione il ritrattismo realista ed il parziale tralasciamento degli schematicismi ad esso intrinseci.

Sator è l’epitome di un’assimilazione dionisiaca del proprio territorio, dove traspare il paesaggismo gustativo di un angolo d’Italia straordinario, di una varietà spesso poco citata che nel divenire si esalta oltre ogni pensiero precostituito. Si consacra in un sorso intriso di coscienza storica che dà dimora e memoria alle cose che in un luogo si susseguono oltrepassando il confine materico della bevanda, dalla sua genealogia greca al dipartire degli dèi.

Viene definita un’uva rustica, quasi al collocarla come controfigura della sensibilità aristocratica di altri vini, ma la Tintilia mostra in un’oggettiva eleganza la sua empatia geografica, la rusticità fa da impalcatura al preludere della grandezza in una dimensione a cui arriva potenzialmente da sola, senza vesti superflue, senza la retorica del legno. È capace di sottrarsi al concedersi immediatamente, di trascrivere il proprio radicalismo territoriale in un calice, in cui dalla veste rubino e dai riflessi granata di questa 2009 emergono note di amarena, prugna e sottobosco. Il solo utilizzo dell’acciaio e del tempo ne preservano la freschezza e l’incedere della trama terziaria si accorda timidamente, tra i richiami primigeni di tè fermentato e liquirizia, di spezie e tabacco. Il sorso è coerente, è nel suo tempo, l’aroma di Montecristo si integra al tannino ancora presente, vivificato da un’acidità ben accorpata e contrapposta ad una matura morbidezza.

È un vino che tiene il passo della meditazione come del chiaro di luna più conviviale, a cui è affibbiata un’eleganza bordolese e pertanto son certo possa inoltre esser prescritto per porre rimedio al più incazzato soliloquio di un elettore laburista sulla Brexit, come farebbe un buon claret.

Dalla Vespolina al Ghemme Riserva: Azienda Agricola Mirù

Ghemme è straordinaria, lo sono i suoi vini, la sua terra. È un luogo in cui vivrei, e lo direi di pochi, io che i primi accenni di esistenza li ho vissuti distante dalle vigne e dai viticoltori, piuttosto accerchiato da persone incazzatamente in ritardo e arbusti fuori luogo gettati in centri abitati per stemperarne l’urbanismo compulsivo, con tante di quelle graminacee da farmi passare ogni compleanno in anosmia.

Ghemme vive nello straordinario, uno stato che ha molto a che fare con la sacralità, quella di un luogo nel suo complesso, in cui la compenetrazione generazionale rende chi è dipartito una presenza costante, ed i non-nati un naturale prosieguo che non contempla una fine.

Marco Arlunno gestisce 10 ettari di vigneti, spinto sin da giovane età dal papà e dalla zia Bruna, dove tra una condizione di intelligente e pacato interventismo in vigna e le ricerche sui lieviti indigeni nascono vini estremamente radicati, dalla profondità contralta, in grado di riportare a quei terreni donando l’immagine del proprio compimento; il mineralismo dell’Alto Piemonte traspare in essi allo stesso modo di un sorriso in un volto sincero.

Sono calici in grado di riscattare la verità di un territorio, voci disincarnate e vetrificate e nell’affinarsi dotati di un’anima nei decenni più articolata. Il Riserva Vigna Cavenago 2015 che affina 24 mesi in vecchie botti di rovere francese e 12 in botti in rovere d’Allier è un dipinto pedologico che racchiude in un calice temporale le soggettività più celate.  Le note di ciliegia susseguono l’esuberante speziatura della Vespolina, sopraggiungono poi più atri toni torrefatti e boschivi, di tabacco ed erbe balsamiche. Il sorso è geografico, di grande finezza nonostante la calda annata, la tensione, la sapidità ed il tannino elegantemente presente forniscono coordinate da ricercare e nelle quali rifugiarsi. È un vino in grado di intavolare discorsi, di sospendere ogni altero soliloquio, di ridare luce anche alla più consumata delle conversazioni.

Il Vigna Cavenago è un vero e proprio cru, da cui nasce una 2011 frutto di una vinificazione in vecchie botti di rovere di Slavonia, 85% Nebbiolo e 15% Vespolina. Porta al calice un abito rubino dai riflessi granata, apre su toni floreali e di kirsch, di ribes nero, china e cuoio. Incedono successivamente i caratteri terrosi, di tabacco, cacao ed erbe officinali. Il sorso è coerente, teso, sapido e di notevole finezza tannica. Nebbiolo e Vespolina creano una giustapposizione dal volgimento inesauribile, sintesi emozionante e mnemonica che riporta a pensieri e volti che pensavo abbandonati alla memoria, in uno stato di immediata piacevolezza che non richiederebbe parola alcuna.

Nel Ghemme 2017, 100% Nebbiolo, affiorano le virtù che distinguono i vini dell’Alto Piemonte: la discrezione, la finezza, la conoscenza viscerale d’ogni ettaro. è tuttavia la 2018 ad essere spiazzante già in anteprima, appena estrapolata dall’acciaio dopo un affinamento di 24 mesi in botti di rovere di Slavonia. Un’annata particolare, con tanta uva ma di grande qualità. In quel calice in cui risale terpenicamente la grandezza di un anno da ricordare ti ci perdi letteralmente, nell’evoluzione continua dei profumi, nella loro stabilità e progressiva chiarezza. La veste olfattiva è meno cupa, con richiami alla ciliegia, al ribes ad accenti più floreali. Nello sfondo di china e sottobosco vi è il preludio al lungo divenire. Al palato è agile, sapido, dai tannini estremamente promettenti. Disarmante è la persistenza di un vino neanche ancora imbottigliato.

La loro Vespolina in purezza è un richiamo alle virtù sociali del bere in compagnia, rievoca l’affettività distesa e lontana da qualsiasi turbamento. È il ritratto della famiglia Mirù, di due persone splendide, Marco e la sua compagna Claudia che ringrazio profondamente. È il trasposto liquido dell’Italia del vino che tutti dovrebbero poter conoscere. È lo speziato ricordo di una mattinata che custodirò strettamente in memoria.

La comunicazione del vino come antitesi di sè stessa nell’epoca di Instagram

Passato il periodo delle storie di Instagram sulle fiaccolate di Borgogna, fenomeno che rafforza i miei interrogativi, mi chiedo quanto nell’epoca contemporanea risulti più che mai fondamentale, esattamente come nell’arte durante l’era della sua riproducibilità tecnica, comprendere ciò che il vino rappresenta e se esso venga posto davvero al centro; se nel suo linguaggio tronfio di una poliglossia analgesizzata la comunicazione ponga in primo piano il contenuto, la ricerca e persegua l’obbligo di verità, o sia soltanto un mucchio di immaginette compiacenti e ricercanti consenso divenendo per sé stessa antitetica.

Mi interrogo su come si possa esser giunti inoltre ad un disarmante cambiamento nella fenomenologia del criticismo, domandandomi se nell’epopea dell’instagrammabile valga ancora la pena opporsi ad una comunicazione sterile e antioggettiva che gode di una flotta nutrita e naufragante di sostenitori, un protettorato rabbrividente che avanza nella nuova generazione di comunicatori in modo cirrotico. Si ripudia la cultura collaterale ed inseparabile connessa al vino, vengono tralasciate le storie di famiglie e territori che costituiscono un patrimonio immisurabile, scegliendo invece di fornire un sottoprodotto di consumo emotivo semplice ed istantaneo. Instagram diventa non più piattaforma per comunicare ma una barella per la castrazione comunicativa. È scontato dire che ciò non vale per tutti, ma temo valga per molti.

Si inciampa ormai in un assemblearismo di recensori nati spontaneamente dal compostaggio dell’atto comunicativo, che si destreggiano tra lavori gratuiti, per sé stessi o ancor peggio per sedicenti portali del vino, facendo sembrare il mondo enoico un giochetto superomistico dell’upper class, schifando la profondità e crogiolandosi nei semplicismi invece di contrastare l’immediatezza e il piattismo delle immagini. Molte recensioni non sono ormai più critiche ma pop giornalistico, sostanza ricaptatrice della tristezza da buttare giù a sorsate di qualsiasi cosa vi venga in mente purchè impegni i vostri neuroni in altro modo.

Mirù – Ghemme Vigna Cavenago 2011

Le strade che conducono a Ghemme fanno parte di un ebbro pellegrinaggio dove in pochi ancora si avventurano, a tratti pare tutto sia rimasto immobile, sembri entrato in un tempo d’altri dove nessuno ti offrirà un’immagine piatta per famiglie o un discorsetto da volantino, piuttosto un calice insieme e vite da ascoltare. Le persone, il territorio, sono come i vini, un eremo nei suoli morenici estraneo alla triste compulsione modernista che bypassa la storia per giungere al degustatore tra pareti di vetro e finti capitelli.

Rappresentano un passaggio fuori dalle angosce odierne senza alcunchè d’illusorio, i riflessi granati e l’ampiezza aromatica si avvicinano alla sofferenza, decostruendola con garbata rispondenza al vero.

Il Vigna Cavenago 2011 di Mirù è quel calice riassumente decenni di cambiamenti e determinazione, carico di tradizione, un passaggio ininterrotto tra il presente ed il passato. Lo aspetteresti in eterno se non fossi guidato dallo sconforto di averne una sola bottiglia che ti corrompe anche l’anima per essere aperta.

È uno di quei vini che in uno stato di coscienza dilatata, mette a fuoco le diversità di un luogo e di un produttore esaltandone ogni aspetto peculiare, che consacrano la degustazione ad un momento saturo di senso. È quella bottiglia che non troverai mai senza ricerca, condizione imposta dai numeri e dalla volontà di interfacciarsi ad un viaggio che abbandona i classicismi del Nebbiolo come solista.

È frutto di una vinificazione in vecchie botti di rovere di Slavonia, 85% Nebbiolo e 15% Vespolina. Porta al calice un abito rubino dai riflessi granata, apre su toni floreali e di kirsch, di ribes nero, china e cuoio. Incedono successivamente i caratteri terrosi, di tabacco, cacao ed erbe officinali. Il sorso è coerente, teso, sapido e di notevole finezza tannica. Nebbiolo e Vespolina creano una giustapposizione dal volgimento inesauribile, sintesi emozionante e mnemonica che riporta a pensieri e volti che pensavo abbandonati alla memoria, in uno stato di immediata piacevolezza che non richiederebbe parola alcuna.

Il silenzio si fa virtù lungo la strada che porta ai sorì

Superando quel fiume che nei ricordi di Fenoglio scorreva come colata di piombo, si scorgono le vigne del Barbaresco, unico scorcio in grado di riposare gli occhi dei soldati traghettati da una parte all’altra del Tanaro, luogo in cui oggi si produce uno dei vini più straordinari al mondo, tra i volti anneriti e le mani indurite dalla campagna, quelli che rincasano quando il sole irraggia ancora con timidezza. Il silenzio si fa virtù lungo la strada che porta ai sorì, sollevando gli occhi alla vetta bruciata, verso quel mondo al rovescio, dove da sempre nessuno si abbarbica sulle colline che non recano patimento.

Nelle fredde cantine si sta al fresco, si dissipano i drammi, si respira liberi nascosti dalle imposte, esalando al massimo l’odore di mosto seccato sulle botti. In vigna ritorna ad ogni primavera il profumo di terra bagnata, l’immagine del contadino dalla schiena piegata dalla severità del tempo, che zappa lui stesso per vedere un lavoro ben fatto, con le spalle anteroverse nella flanella, e l’ordine dei filari che si rispecchia e ricalca sugli sfregi dei palmi.

Con un anziano amico che spese una vita in vigna, percorsi i filari alternando solenni vuoti di parole a racconti d’infanzia, tra gli incubi dei saccheggi, le vendemmie e le ragazze vestite a colori tenui, mentre loro violacei dalle vinacce, con le quali si riunivano dopo la pigiatura, per portarle al cinema, a fumar di nascosto, appoggiati alle loro ginocchia a dissipare la fatica, quando la miseria strozzava le risa come un manto d’edera.

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Chateau Bouscassé e il Madiran, animo oscuro della Guascogna

Seguendo l’Adours si giunge ai giardini chiari di Madiran, fra i mattonati bassi, l’erba secca al bordo dei viottoli sterrati, con il sole che brucia la sommità delle colline silicee scaldandone i ciottoli.

I monaci benedettini vi introdussero la vite nell’XI secolo ed il vino servito ai pellegrini diretti a Compostela. Si ritrova la cristianità rimessa ai crocifissi in pietra a guardia dei vigneti, tra i quali lo scrittore ed ex militante Jean Arfel, divenuto poi Jean Madiran, dopo la liberazione di Parigi vi trovò rifugio e con lui il vezzo da fanatico di destra e l’assolutismo religioso di cui era ebbro, insieme al suo compulsivo considerare l’aspettazione messianica alla stregua di una patologia metastatica.

I vecchi ceppi di Tannat richiamano l’attenzione tra le rocce sedimentarie e gli affioramenti calcarei, contorcendosi come anime lignificate nei rilievi insanguinati dalla persecuzione religiosa dove neanche la pioggia da tregua ai corpi, luoghi deturpati dagli incendi del XVI secolo e dalla fillossera. Madiran narra di una rinascita nella convivenza con un avvenire oltrepassante il recinto limitante del contingente, nel crollo della premeditazione che non può esser rifugio, lontana da un’ordine imprescrivibile, chiamando in campo il mortale e il divino, la terra ed il cielo, l’umana scienza ed il sacro.

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Per amor del Barolo

Per WineDuets mi ritrovo nuovamente davanti ad un calice di Barolo a volerne scrivere, rendendomi conto ogni volta di quanto sia arduo fare meglio di quella precedente, o di quanto sia difficile in senso più generale.

Cominciare dall’alba delle epoche mi sembra un abisso insormontabile anche con il supporto di un Cascina Francia di Conterno, quindi per ora basti sapere che qui la vite si abbarbica e serpeggia da tempi immemori, dal ritirarsi di quella palude che sembrava più adatta ad ospitare lo spiritello delle acque di Josephson che i ceppi di vinifera. Il portamento eretto della pianta fornì invece colonne e arcate per il rifugiarsi di un Dioniso crocifisso prima dal monoteismo, poi da due guerre mondiali e dal creativismo populista dell’enologia d’oltreoceano nella seconda parte del ‘900.

Scrissi del Barolo come di un vino reduce di un contesto incendiario, simbolo reazionario dotato dell’inflessione della voce umana nel narrare con sincerità spirituale del nostro e d’altro tempo, quando i produttori vinificavano accerchiati dal rumore metallico degli autocarri alleati, fissando la verità storica nel perdurare della coscienza. Il Barolo possiede la voce disincarnata di chi è ormai dipartito e di chi ne prosegue l’opera, imbottigliata in quell’abbraccio vetrificato che ne affinerà l’animo.

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Del vino, della teologia e degli ebbri spiritualismi: soliloquio attraverso il Ruchè “Vigna del parroco”

Quanto siano stati importanti gli ordini monastici per il vino è ormai chiaro agli occhi degli enoici appassionati; seppur in un’epoca in cui il progresso religioso sembra avanzare e regredire alla stregua di un’aritmia cardiaca, il loro lascito esercita ancora fascino nell’enologia europea.

I monaci salvarono il Pinot Nero dall’abisso medievale, rimettendo al calice la potenza salvifica del nettare d’Ottobre, non come semplice simulacro della transustanziazione o come strumento clericale, ma disponendo la continuazione di una condizione esistenziale della società occidentale: l’atto eucaristico. Il vino passò così da concentrato d’esenzione d’imposta a simbolo del prodigarsi collettivo.

Leopardi notò come il vino esaltasse lo sguardo rivolto alla persona non semplicemente come l’altro di fronte a noi, ma con-noi, concetto disperso dalla cultura moderna individualistica e antimelodica. Muoveva i corpi coordinandoli in conversazioni come solo la danza e la musica riuscivano a fare, in secoli in cui la comunità risplendeva attraverso i pochi momenti di egualità sociale.

L’atto del condividere è quanto di buono sopravvissuto ad epoche di lotta e predominio. Le persone, seppur in minor numero, si riuniscono in gruppi dove sentirsi adeguati, attorno a tavoli in cui la fiscalizzazione annichilente rimane fuori dal tempo, si offre da bere a chi è sopraffatto dalla giornata lavorativa consolidando il senso di appartenenza, tenendolo al riparò dalle asperità del mondo a cui l’astemìa non fa che contribuire. Concede a chi vi presenzia l’espressione della propria individualità attraverso ciò che sceglierà di bere, in un’evoluzione inclusiva del simposio platonico dove l’offrire è un’opportunità concessa a tutti.

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